Generatività e profezia-Relazione

 

INTRODUZIONE

 

 

 

Per aiutarmi ad aiutarvi nella riflessione, oltre il testo ispiratore di Rino Cozza[1], csj, ho pensato di condividere qualcosa che mi sta a cuore, soprattutto per quanto riguarda il tema della generatività, che considero il “grembo fecondo” della profezia.

 

Il testo ispiratore, mi ha chiamato subito l’attenzione con l’immagine riportata: “CHANGE” con una freccia. Mi sono chiesta: Cosa cambiare? Modificare? Variare? Dove andare? Quale percorso formativo fare per una generatività ed una profezia più feconda della Vita Consacrata, oggi?

 

Accogliendo questa provocazione, ho voluto e vi chiedo il permesso di cambiare qualcosa del tema e vi propongo: “Generatività per la profezia. Quali percorsi? Quale direzione?”. Questo perché ritengo che la profezia è frutto della generatività ed essa esiste come forza interiore, forza naturale per cambiare, modificare, variare qualcosa della nostra vita consacrata e missione. La generatività è la “freccia”, la strada piena di risorse che siamo e abbiamo per essere profeti, essa indica il come procedere verso la strada della rinascita della vita consacrata in questo contesto storico.

 

Come consacrati, portiamo nel nostro “grembo”, nelle nostre viscere il potenziale della generatività. Ma, forse, non siamo consapevoli di questo potenziale? Oppure, pensiamo che con la nostra scelta vocazionale, dobbiamo cambiare la nostra natura umana e rinunciare l’essere generativi? Forse siamo stati formati a negare, oppure a non riconoscere questo potenziale umano, pensando che sia “qualcosa” di esclusivo agli uomini e alle donne sposati/e?

 

Siamo quindi, chiamati oggi, a cambiare mentalità, a modificare le strutture formative ed assumere nuovi orizzonti, consapevoli che la profezia è “conseguenza”, è frutto ed è “figlia” feconda della generatività.

 

Per il servizio di una Chiesa, una Vita Consacrata capace di nuova immaginazione, capace di ripensare se stessa all’interno del nuovo contesto culturale e soprattutto, capace di cambiamento, è necessario, anzi è urgente, affrontare almeno due, delle sette sfide indicate da Papa Francesco per la Vita Consacrata[2], cioè la generatività e la profezia.

 

Siamo profeti se siamo generativi! Ma cos’è la generatività? Quale generatività della vita consacrata oggi? Verso quale direzione andare per una formazione generativa e profetica? Quali sono i rischi che indeboliscono la generatività e la profezia?

 

 

 

Per rispondere a queste domande ho suddiviso il nostro percorso in alcune tappe:

 

1.       La comprensione della generatività vs. stagnazione

 

2.       La concretezza della generatività nella Vita Consacrata per la profezia

 

3.       L’attuazione dei percorsi formativi generativi profetici

 

4.       Il superamento dei rischi che indeboliscono la generatività

 

 

 

1.       La comprensione della generatività vs. stagnazione

 

 

 

La generatività è una fase significativa della vita umana, è una risorsa e costituisce parte della nostra identità. Erikson[3], infatti, la mette come la settima fase dello sviluppo umano, ma certamente tutte le fasi precedenti hanno già in germe questo potenziale, anzi la preparano per renderci uomini e donne adulti profondamente generativi, profondamente capaci di “creare, inventare, proporre vita in abbondanza, capaci di cambiare, di andare oltre, di dare senso e vita dove la vita fa fatica di esserci. L’altra polarità è la stagnazione.

 

Questa fase è definita come il periodo in cui ci si sente vivi, si ama e si è amati, circondati dalle persone più care, è un periodo stimolante, anche se faticoso, che ricolma il periodo più lungo, durante il quale si stabilisce un impegno di lavoro, e forse per alcuni avviene la creazione di una nuova famiglia, dedicando tempo ed energie per promuovere una vita sana e produttiva. Durante questo periodo la famiglia e i rapporti di lavoro mettono l’individuo di fronte a nuovi doveri, responsabilità, interessi e gratificazioni[4].

 

La generatività è anzitutto la preoccupazione di creare e dirigere una nuova generazione, il desiderio e la tendenza a mettere in comune, con una persona amata, le energie di cui si dispone in favore dei propri discendenti. Un altro aspetto della generatività, in luce eriksoniana, è la scelta personale di dedizione agli altri senza la riproduzione, come una realizzazione nella edificazione di una condizione di vita migliore per gli altri, un interesse e una dedizione vissuti nella carità profonda, un valore supremo trascendentale che si concretizza nel prendersi cura degli altri .

 

L’altra polarità della dimensione della generatività è la stagnazione, una sorta di sterilità, di noia e di impoverimento interpersonale, propria di chi non si mette nella prospettiva di aprirsi alla fecondità e alla creatività.

 

 

 

2.    La concretezza della generatività nella Vita Consacrata per la profezia

 

 

 

Applicando questa fase alla vita consacrata, affermo che, chi cerca di superare adeguatamente questa fase della vita, è facilitato/a superare alcune esigenze della vita consacrata, tra queste il servizio della carità come valore trascendentale, l’aprirsi alla fecondità ed essere profeti, cioè capaci di denunciare, innanzitutto, ciò che in noi, ci rende stagnati, fermi, sterili, chiusi in noi stessi, nelle comunità e nel nostro carisma.

 

La donna e l’uomo consacrata/o generativa/o, si impegna ogni giorno nel suo processo di maturità umana-spirituale per essere profeti della gioia nel mondo di oggi, uomini e donne capaci di raccontare il carisma e viverlo in maniera creativa, riconoscendo che “Ciò che è una profezia nell'oggi, potrebbe non esserlo più in un altro momento storico. Il carisma è creativo, e cerca sempre nuove strade. Non può essere né «imbottigliato» né «pietrificato». Proprio per questo è importante «raccontare la propria storia», e non solamente parlare del carisma in termini astratti. È nella narrazione di sé che si mantiene viva l'identità”[5].   

 

La generatività ci porta a vivere la vera profezia, che “nasce da Dio, dall'amicizia con Lui, dall'ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la santità di Dio e, dopo averne accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio contro il male ed il peccato. La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l'esercizio del discernimento spirituale, l'amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l'esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio”.

 

La generatività favorisce il superamento dei compiti di sviluppo della persona adulta consacrata di contribuire per la qualità della vita fraterna che costituisce un valido sostegno alla perseveranza dei membri della comunità; di servire la vita e di farsi vicina a chi soffre per alleviare il dolore[6] Questo stadio facilita il processo di realizzazione personale e garantisce anche lo sviluppo della generazione futura, perché i giovani in ricerca della loro vocazione, trovando una buona testimonianza di vita, un’accoglienza fraterna e direi anche materna-paterna da parte dei consacrati adulti potranno essere più convinti della loro scelta. La generatività è accompagnamento della gioventù.

 

In questa fase il/la consacrato/a adulto/a vive un periodo di maggiore opportunità di maturazione, di fecondità umana e vocazionale, e al tempo stesso, di crisi e di revisioni; infatti, l’esperienza degli anni precedenti abilita a guardare la vita in modo più realistico e a tendere con maggiore decisione verso l’essenziale.

 

È il periodo dell’equilibrio interiore, una più marcata attitudine a realizzarsi nel dono agli altri, un’ampiezza di orizzonti dinamici e relazionali, un inserimento sereno, produttivo, funzionale, capace di generare equilibrio nel proprio ambiente; il tempo delle nuove possibilità di maturazione; di accoglienza e di ascolto nei confronti degli altri. Una maggiore capacità di gestire le emozioni che favorisce la reciprocità, l’apertura verso l’altro, verso il diverso, verso la ricerca sincera del bene altrui. Tale atteggiamento rende il consacrato adulto, capace di accogliere come ricchezza le differenze di età, di mentalità e di formazione in ambienti che diventano sempre più internazionali e multiculturali.

 

È il tempo della coscienza dei limiti dell’esistenza e delle fragilità proprie e altrui. La stessa prospettiva del tempo cambia e si sviluppa la consapevolezza che il tempo che rimane da vivere è minore di quello vissuto e quindi lo spazio per l’attuazione dei progetti è più ridotto. Da questa consapevolezza si può potenziare il realismo, il senso critico, la capacità di prospettiva, la pazienza dei piccoli passi.

 

È il tempo delle crisi come possibilità di crescita, è possibile che la freschezza dell’entusiasmo scompaia e che avverta un indebolimento. Si può provare l’esperienza del rimpianto per quello che ha lasciato e la resistenza nell’apertura al nuovo, sperimentare forme d’imborghesimento e rivivere le crisi precedenti, specialmente in campo affettivo, con un forte desiderio di intimità e di relazioni emotivamente gratificanti.

 

Questa fase, inoltre, insieme alla crescita personale, può comportare il pericolo di un certo individualismo, accompagnato, sia dal timore di non essere adeguati ai tempi, sia da fenomeni di irrigidimento, di chiusura e di rilassamento. Soprattutto nell’ultimo periodo di questa fase, la sensazione di essere sorpassati da parte delle giovani generazioni può indurre i religiosi a vivere esperienze contraddittorie, come esasperato attivismo, con la voglia di “farcela a tutti i costi” sia attivando meccanismi competitivi che atteggiamenti di ritiro[7].

 

La generatività infine, favorisce a noi, consacrati di assumere il nostro carisma specifico nella Chiesa e di rispondere con fedeltà creativa alle attese che Papa Francesco ha rivolto a noi nell’anno della vita consacrata, di essere gioiosi, di svegliare il mondo con la nostra testimonianza profetica, di essere esperti di comunione, di uscire da noi stessi per andare nelle periferie esistenziale dell’umanità ed infine che ci interroghiamo su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano[8]

 

 

 

3.    L’attuazione dei percorsi formativi generativi profetici

 

 

 

Alla luce del testo ispiratore di Rino Cozza, ho rilevato alcune indicazioni per un percorso formativo generativo e profetico, che sono integrati a ciò che abbiamo accennato finora e che possono essere applicati nei nostri progetti personali e comunitari:

 

-          Capacità di riconoscere la propria fragilità.

 

-          Sentirsi parte viva delle grandi trasformazioni della storia. “Chi non muta quando tutto muta alla fine diventa muto”.

 

-          Capacità di guardare bene nelle pieghe degli eventi, facendo del momento presente la fucina che ci predispone ad affinare, bruciare, purificare, eliminare, essenzializzare la nostra vita consacrata.

 

-          Rinunciare a schemi obsoleti, quelli in cui la vita si sente soffocata ed aprirsi a creare nuovi spazi, approcci, linguaggi.

 

-          Capacità di “sognare” quel qualcosa che può immettere nelle cose un progetto evangelico più grande dell’oggi – avere a cuore il sogno di Dio.

 

-          Avere un identità carismatica in progresso, non siamo più nel tempo in cui il futuro lo si riceveva totalmente in eredità dal passato, per cui tutto, di fatto, era in funzione della “conservazione” piuttosto che dell’immaginazione.

 

-          Accogliere che la vita è evoluzione – le persone per realizzarsi umanamente e spiritualmente devono modificarsi (uscire, andare oltre, inserirsi nella storia, andare verso gli altri, mettersi in gioco senza ripetere il passato).

 

-          “Uscire” perché la generatività, energia, forza dipendono dal contatto con altre umanità, culture, vite ed altre prospettive.

 

-          Esercitare l’autorità come servizio alla fraternità, capace di promuoverla, coordinarla e autenticarla. Un autorità con il significato evangelico, “diakonia”: “riconoscere il dono dell’atro, aiutare ed esercitarlo e ad approfondirlo perché una comunità è bella quando ognuno esercita pienamente il suo dono”. L’autorità allora significa offrire senso che dia respiro.

 

-          Sviluppare la mistica dagli occhi aperti sugli appelli della storia, con uno sguardo che sappia incrociarne anche le suppliche inespresse.

 

-          Rispondere alle attese riposte sulla vita consacrata, offrendo un diverso approccio all’esperienza carismatica e una diversa sensibilità verso le inquietudini dell’uomo post-moderno, senza continuare testardamente a “cercare scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte”.

 

 

 

4.    Il superamento dei rischi che indeboliscono la generatività

 

 

 

Tutti i livelli della nostra vita consacrata, umano, relazionale, comunitario, apostolico, spirituale, tutte le età, quelle giovani e meno giovani, tutte le culture, si richiedono un “intervento formativo continuo urgente”, perché purtroppo ci troviamo di fronte a diversi rischi che indeboliscono la nostra generatività per la profezia.

 

 

 

4.1. L’uso del web e dei media

 

 

 

“L’interconnessione con il digitale è al momento sicura, rapida: ma se ti abitui finirai con una famiglia, a tavola, a pranzo, a cena, ognuno col telefonino, parlando con gli altri o fra loro col telefonino, senza un rapporto concreto, reale, senza concretezza”[9]. Direi che rischiamo pure di “finire”, appiattire la vita comunitaria, la nostra consacrazione e missione e di conseguenza la nostra profezia.

 

In questo tempo della vita consacrata, siamo chiamati a ritornare alle fonti genuine della consacrazione religiosa e del Carisma attraverso un cammino di conversione personale e di rivitalizzazione della nostra vita e missione. Per raggiungere questo obiettivo siamo convocati a rivedere i nostri rapporti con il mondo digitale e tagliare gli abusi che compromettono il vissuto della nostra vita consacrata, la vita fraterna, la preghiera, il silenzio interiore ed esteriore, l’ascesi, la mistica e la capacità di riflessione per attuare un discernimento profetico efficace.

 

-            Il Papa Francesco ci interpella: Se i media, se l’uso del web ti porta fuori dalla concretezza, ti fa liquida/o, taglialo”.

 

-            Come vivo la mia relazione con questi mezzi, oggi?

 

-            Quali sono i rischi per la mia vita e la comunità?

 

-            Cosa sono chiamata/o a migliorare per qualificare la mia consacrazione religiosa e la mia testimonianza profetica?

 

 

 

4.2. Seguire la strada dell’idealismo

 

 

 

“Ogni strada che voi farete deve essere sicura, deve essere concreta”. Spesso, nella vita consacrata, si tende a seguire la strada dell’idealismo, e se facciamo caso spesse volte il nostro quotidiano è tessuto dalle nostre idealizzazioni. Idealizziamo la vita fraterna, la consorella, il confratello, il parroco, la vita spirituale, le persone, i superiori, la Chiesa, la missione, il carisma congregazionale, ecc… Papa Francesco invece, ci ricorda che la nostra strada è sicura, in quanto è concreta.

 

La regola del cammino di ognuno di noi è la concretezza, è la generatività per la profezia… Chi sono io? Chi sono gli altri? Chi costruisce la comunità? Siamo persone concrete, ognuna con la propria storia, cultura, età, formazione, processo di maturità, ma tutti dobbiamo impegnarci per un vissuto concreto e solo così costruiremo la cultura della fraternità, della gioia, della bontà, dell’identità carismatica dei nostri Istituti, della nostra vocazione ecc…

 

Siamo interpellati oggi, a coltivare la centralità della vita eucaristica, mariana, missionaria, carismatica, e soprattutto la mistica dei gesti concreti di donazione gioiosa e disponibile alla comunità e alla missione profetica della Chiesa. Nel processo formativo della generatività per la profezia siamo interpellati ad essere protagonisti nel processo continuo di formazione, perché sia generatore di vita, di speranza e di testimonianza gioiosa e profetica del nostro essere consacrati missionari. Dobbiamo quindi appropriarci della formazione come processo continuo, che si concretizza nella quotidianità e negli avvenimenti della vita e missione profetica.

 

Ci chiediamo e condividiamo:

 

- Quali sono i gesti concreti di donazione gioiosa e disponibile che possiamo esprimere nella nostra giornata?

 

- Quali sono gli avvenimenti quotidiani che ci formano?

 

- Quali rischi possiamo vivere seguendo la strada dell’idealismo?

 

 

 

4.3. Il rischio del guardarsi lo specchio e del divano

 

 

 

Papa Francesco rivolgendosi ai giovani ha affermato: “Fate voi la vostra strada! Siate giovani in cammino, che guardano l’orizzonte, non lo specchio”. Cercate di guardare avanti il cammino, non seduti sul divano. “Un giovane, un ragazzo, una ragazza che è sul divano finisce in pensione a 24 anni… Bisogna trovare se stessi non nello specchio, ma nel fare, nell’andare alla ricerca del bene, della verità, della bellezza”.

 

Un processo formativo della concretezza della generatività per la profezia, ci richiama oggi, a riconoscere i nostri “divani personali e comunitari”, che potrebbero essere il nostro poco coinvolgimento, il nostro “dormire” nel processo di maturità umana, spirituale, carismatica… I nostri “divani” potrebbero essere il rimanere nelle nostre paure, nelle nostre insicurezze, nelle nostre affermazioni: “non ho mai fatto” oppure “si è fatto sempre così”. Il guardarsi lo specchio per noi potrebbe essere, il continuo rimpianto della nostra storia passata, il ripiegarsi su noi stessi e non guardare oltre… il guardare l’altro e proiettarsi in lui, oppure il fermarsi di crescere, di assumere i propri talenti per paura di ferire l’altro…

 

Oggi più che mai siamo convocati a non restare seduti nel nostro divano, nella nostra zona di conforto, nella pigrizia. Il processo formativo continuo assunto con responsabilità, può diventare una possibilità di trasformarci, di renderci capaci di tagliare ciò che non produce vita e vita in abbondanza dentro di noi, nella nostra vita comunitaria e nella nostra missione profetica oggi.

 

Siamo convocati a non stare di fronte allo specchio per coltivare il “culto delle nostre vanità”, dei nostri cellulari, che diventano sempre più il nostro specchio, il nostro “tabernacolo”, il grembo sterile della generatività e della profezia. Come pure, a non stare a guardare il vissuto carismatico nel passato, con paura di rischiare per assumere le nuove povertà oggi.

 

 

 

4.4. Il rischio della schiavitù

 

 

 

Papa Francesco nell’esortare i giovani a non essere schiavi dalle colonizzazioni ideologiche, ha affermato che il vero potere è servire e far crescere la gente, farsi il loro servitori. Papa Francesco ha esortato i giovani affermando: “Per favore, voi non avete prezzo, non siete merce all’asta”…“Non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono nella testa per finire schiavo, dipendente, fallito nella vita”. “Io non sono all’asta, io sono libero, libera!”

 

Essere alla ricerca di una concretezza della formazione generativa, significa evitare il rischio della schiavitù del potere, delle sicurezze umane, attaccamento alle persone, ai ruoli, al lavoro, alle ideologie, all’attaccamento alla “politica affettiva” delle nostre relazioni interpersonali comunitarie ed apostoliche, che sono un dono ma possono essere distruttive. Non possiamo inoltre, attaccarci alle nostre strutture interiori, alle nostre famiglie, al nostro passato carismatico. Siamo chiamati infatti, a risvegliarci al vissuto della radicalità evangelica, alla crescita nella libertà, al senso di responsabilità nella pratica dei valori della vita consacrata.

 

Evitare il rischio della schiavitù ci rende liberi ad accogliere la possibilità di una maggiore crescita nella nostra identità religiosa profetica. 

 

 

 

4.5. Il rischio del populismo religioso-fraterno-carismatico

 

 

 

“Oggi sono un po’ alla moda i populismi, che non hanno niente a che vedere con il popolare”. Lo ha denunciato il Papa, parlando a braccio a conclusione dell’incontro dei giovani con i padri sinodali, in Aula Paolo VI. “Il popolare è la cultura del popolo, che si esprime nell’arte, nella cultura, nella scienza, nella festa… Ogni popolo fa festa a suo modo”. “Il populismo è il contrario”. “È la chiusura su un modello, siamo chiusi, siamo noi soli e quando siamo chiusi non si può andare avanti”. Il riferimento è al tema dell’accoglienza, e al pericolo che oggi – “l’altro e lo straniero vengano visti come un pericolo, un male, un nemico da cacciare”. “Questa è la mentalità dello sfruttamento della gente, è fare schiavi i più deboli, è chiudere non solo le porte, ma chiudere le mani”. Ha denunciato Francesco: una “mentalità sempre più diffusa” verso lo straniero, che “si vince con l’abbraccio, l’accoglienza, il dialogo, l’amore, che è una parola che apre tutte le porte”.

 

La concretezza della generatività per la profezia della vita consacrata, oggi, richiama la possibilità dell’incontro con il diverso, con le culture che ci circondano e che formano le nostre comunità. Qual’è l’arte delle nostre relazioni con il diverso, qual’è la nostra capacità di accogliere lo straniero, la nostra capacità di aprire le porte del nostro cuore e comunità? Oggi più che mai dobbiamo imparare ad accogliere le differenze culturali, che portano le sue ricchezze ed i suoi rischi. Quante volte crediamo di essere migliori degli altri, oppure consideriamo la nostra cultura, la nostra formazione migliore… Ma bisogna essere consapevoli che tutti siamo una forza generativa e profetica nella Chiesa.

 

Siamo convocati ad apprezzare ed accogliere la ricchezza di doni e di grazia, di cultura e di età delle consorelle e confratelli, favorendo la gioia di vivere e di donarla come testimonianza profetica in un mondo così globalizzato ma così chiuso, così egoistico. Questa accoglienza sarà concreta, se impariamo a superare il rischio del populismo fraterno-carismatico ed accogliere la possibilità di abbracciare, dialogare ed amare il diverso da me, il diverso da noi.

 

 

 

4.6.   Il rischio di escludere le consorelle e confratelli anziane/i

 

 

 

Nell’indicare la strada della vita concreta significativa, Papa Francesco dialogando con i giovani ha affermato, “Se ognuno di voi vuol fare una strada della vita concreta, che porti dei frutti”, allora “Parlate con i vecchi, con i nonni! Loro sono le radici della vostra concretezza, del vostro crescere, fiorire e dare frutto. L’albero da solo non darà frutto: tutto quello che l’albero ha di fiorito viene da ciò che è sotterrato”. “Attaccati alle radici”, la raccomandazione di Francesco: “Prendete le radici, portatele avanti per dare frutto e voi diventerete radici degli altri. Parlate con i nonni, con i vecchi, questo vi farà felici!”.

 

Sicuramente questo insegnamento ha molto da insegnare nella concretezza della generatività per la profezia della vita consacrata. Abbiamo oggi, un “patrimonio carismatico di persone” da riscoprire, da ascoltare, da imparare, penso alle consorelle anziane e confratelli anziani che hanno tanto da insegnarci, da trasmetterci, loro sono le radici della concretezza del nostro crescere come persone consacrate oggi.

 

Siamo chiamati, infatti, a valorizzare la loro presenza e la loro testimonianza di vita, imparando dalla loro esperienza e saggezza e coinvolgendo loro nelle forme di servizio secondo le loro condizioni, ed ascoltando con rispetto ed affetto le loro narrazioni e storie. Questo atteggiamento è sicuramente una testimonianza profetica di fronte ad una società che tende a scartare gli anziani, gli ammalati e gli stranieri.

 



[1] R. COZZA, Rigenerarsi per poter rinascere, in Testimoni, 9/2018, pp. 21-23.

[2] Il riconoscersi peccatori salvati per grazia; il discernimento che cerca e trova Dio in tutte le cose; il pensiero aperto; la profezia; la generatività; la fraternità; la missione; Cf. SPADARO A., da Civiltà Cattolica n. 5956 / 2015, pp. 153.

[3] Cf. E. H. ERIKSON, Infanzia e società, pp. 249-252; E. H. ERIKSON, I cicli della vita, pp. 133-135. M. A. FEREIRA ROCHA, Voglio sapere se sono maturo. La maturità umana nella Vita Consacrata, Litografia Leberit, Roma, pp.62-65. Erikson ci presenta otto fasi dello sviluppo umano, che sono profondamente collegate: Fiducia di base vs. sfiducia di base, Autonomia vs. dubbio e vergogna, Spirito di iniziativa vs. senso di colpa, Industriosità vs. senso di inferiorità, Identità vs. dispersione, Intimità vs. isolamento, Generatività vs. stagnazione, Integrità dell’Io vs. disperazione.

[4] Cf. Erikson, 1999a, 133.

[5] Papa Francesco, in Uomini e donne che illuminano il futuro in SPADARO A., da Civiltà Cattolica n. 5956 / 2015, pp. 153.

[6] Cf. VFC, 57; RdC 38.

[7] Cf., VC 70.

[8] Papa Francesco, Lettera apostolica a tutti i consacrati, 2014.

[9] Papa Francesco ai giovani, 8/10/2018. Ho cercato di applicare alcuni elementi significativi al nostro tema specifico della giornata.